Oblio, 2026
Digital photo
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Nella vita contemporanea, tutto accade troppo in fretta perché qualcosa possa davvero lasciare una traccia. Attraversiamo città, consumiamo immagini, accumuliamo parole e incontri, eppure rischiamo di scomparire dentro la stessa moltitudine che ci circonda. Non è necessario essere soli per conoscere la solitudine: basta sentirsi estranei persino nei luoghi che abitiamo, diventare invisibili agli occhi degli altri e, lentamente, anche ai nostri.
L’oblio non arriva all’improvviso. Si deposita sulle cose come polvere, si insinua nelle crepe, cancella i contorni senza fare rumore. È il destino di ciò che non serve più, di ciò che non produce valore, di tutto quello che il presente abbandona perché incapace di riconoscerne la necessità.
Eppure, in questa desolazione, qualcosa continua a esistere. Una traccia, una forma indistinta, un frammento sopravvissuto all’indifferenza. Forse è proprio qui che la fotografia trova il suo significato più profondo: sottrarre per un istante le cose all’oblio, costringerci a guardare ciò che normalmente attraversiamo senza vedere.
Fotografare la solitudine significa riconoscere che anche ciò che sembra dimenticato ha abitato il mondo. E che, in fondo, la nostra più grande paura non è essere soli, ma non lasciare alcuna traccia del nostro passaggio.
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